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Archivio della Categoria ‘Storia di Roma’

    
Le prediche di Arnaldo da Brescia
Pubblicato il 13-10-2017

La predicazione di Arnaldo da Brescia favorì la partecipazione popolare al governo della città. Infiammati dal riformatore Arnaldo da Brescia che inquadrava il movimento in una visione di rinascita mistico-sociale, i romani proclamarono nel 1144 la “Renovatio Senatus”.

A Roma si avviò un processo di autonomia di nuovi clan familiari che sostituirono le antiche famiglie di un tempo, ormai disgregate; ad essi si unirono i nuovi ceti imprenditoriali, attivi nell’agricoltura e nel commercio. Arnaldo appoggiò l’istituzione del libero Comune predicando nello stesso tempo una riforma in senso evangelico dei costumi ecclesiastici. Papa Adriano IV ne chiese l’espulsione da Roma e, di fronte al rifiuto del Senato, lanciò l’interdetto sulla città.

Arnaldo fuggì da Roma, ma l’imperatore Federico Barbarossa, per ingraziarsi il papa, lo fece arrestare e lo consegnò al prefetto della città.

Fu impiccato e bruciato nel 1155 e le sue ceneri vennero sparse nel Tevere perché ne fosse cancellata la memoria.

    
Dea Pale
Pubblicato il 18-09-2017

Pale, o Pales, è un’antica divinità romana, protettrice delle greggi e dei pascoli, adorata da comunità pastorali che abitavano il colle Palatino. Il nome deriva dal termine latino palea, paglia. Poiché non si può esser certi se fosse una dea o un dio, la chiameremo semplicente divinità. Il calendario di Anzio riporta sia un dio che una dea con quel nome. Per alcuni è un dio, associato ad una paredra, ossia alla sua parte femminile, Palatua.

Il Palatino prende appunto il nome da questa divinità, la cui festa fu istituita da Romolo nel natalis Romae, il 21 aprile. La festa in suo onore prendeva il nome di Palilia o Parilia. Era questa una festa di purificazione delle greggi, in cui venivano dati alle fiamme mucchi di paglia, attraverso cui far passare poi il bestiame.

Così Ovidio, nei suo Fasti, parla della festività:

Dena quater memorant habuisse Parilia Romam,
cum flammae custos aede recepta dea est,
regis opus placidi, quo non metuentius ullum
numinis ingenium terra Sabina tulit.

Un tempio alla dea Pale fu costruito da Marco Attilio Regolo, affinché avesse successo contro i Salentini:

In hoc certamine victoriae pretium templum sibi pastoria Pales ultro poposcit.

    
La prima esposizione di teste
Pubblicato il 15-09-2017

Tra le tante notizie storiche pervenute, ce n’è una che ricorda il ponte Sant’Angelo come luogo adatto per esporvi, tra il 1480 e il 1500, i cadaveri dei condannati a morte, perché tutti potessero vedere e meditare prima di turbare la quiete cittadina, operando con la violenza e il delitto.

Durante l’anno santo del 1500 ebbe luogo la prima “esposizione” e pare che ben 18 impiccati furono appesi sul ponte, nove per ogni ingresso. E non finì lì. Altre forche e altre teste mozzate erano all’ordine del giorno, tanto che in seno al popolo nacque il commento proverbiale: “Ce so’ più teste mozze su le spallette, che meloni al mercato”.

    
Oudinot abbatte la Repubblica Romana
Pubblicato il 08-09-2017

Il tentativo di Mazzini di proclamare a Roma la fine del potere temporale della Chiesa, dando alla città una assemblea costituente che la unisse alle altre regioni d’Italia, fallì. La proclamata Repubblica Romana cadde quando le truppe borboniche e quelle francesi, alleate del papa, sconfissero Giuseppe Garibaldi.

L’intervento di corpi di spedizione francese, napoletano, spagnolo ed austriaco diede occasione al rifulgere di un nuovo spirito combattivo almeno nella minoranza, anche popolare, e non solamente borghese, che seguì Garibaldi nell’epica difesa del Gianicolo, dopo il primo vittorioso scontro di Porta Pertusa del 30 aprile. Ma l’attacco risoluto di Oudinot, il 29 giugno, travolse le difese accanite e Roma cadde il 3 luglio, mentre Garibaldi iniziava l’epica ritirata verso l’Adriatico.

    
L’esecuzione di Beatrice Cenci
Pubblicato il 25-08-2017

Con papa Clemente VIII ebbe luogo uno dei processi più famosi di Roma risoltosi con una drastica condanna a morte per la Famiglia Cenci. A casa Cenci c’era l’inferno: Francesco era una padre-padrone, massacrava i figli a legnate, li lasciava patir la fame, li costringeva a subire una serie di abusi morali e materiali. Fuori casa non era diverso: uccideva, stuprava e fu perfino accusato di sodomia nei riguardi dei figli di un rigattiere di Lungotevere. Decise poi di trasferire moglie e figlia, Beatrice, in uno sperduto paese d’Abruzzo, Petrella Salto, dove continuava a tiranneggiare e, per di più, a rincorrere incestuosi disegni nei confronti della bella figlia.

Dopo l’ennesimo tentativo di insidiare il figlio di primo letto della seconda moglie Lucrezia, Beatrice escogitò il parricidio, con l’aiuto del fratello maggiore Giacomo, della matrigna e del soprintendente di casa Olimpio.

Tutti vennero arrestati, compreso il fratello minore Bernardo innocente, e processati. Nessuno sconto di pena da parte del papa. La sentenza: Giacomo torturato, ucciso e fatto a pezzi; Beatrice e Lucrezia decapitate; Bernardo condannato al carcere a vita.