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Archivio del febbraio, 2018

    
Roma come “terra di donne”
Pubblicato il 23-02-2018

Nel primi anni del Cinquecento Roma era già chiamata “terra di donne”. Vi giungevano da ogni parte d’Italia e anche dall’estero giovanissime di piacevole aspetto, accompagnate dalle rispettive madri che ne gestivano l’avvenenza, scegliendo ricchi clienti tra i rampolli delle casate dell’Urbe e con essi la certezza di poter condurre una vita agiata.

Queste donne non vanno scambiate con quelle poverette che si ammucchiavano nei tuguri di Ripa o Campo Marzio e distribuivano generosamente malattie e che, se arrestate, venivano sottoposte a castighi, quali l’esser battute con padelle o subire il 31 o il 79, vale a dire violenza continuata da quel numero di uomini.

    
Il Rosh Ha-shanà
Pubblicato il 16-02-2018

Simbolo della sovranità di Dio sulla terra, Rosh Ha-shanà segna, con dieci giorni di pentimento e preghiera, l’inizio dell’anno religioso ebraico.

Caratteristico il rito della comunità ebraica romana noto come dei “Benè Roma” (Figli di Roma), per cui nelle settimane che precedono il capodanno i Figli di Roma sono soliti piantare in piccoli recipienti grano e granoturco, simboli beneauguranti per l’anno che sta per cominciare.

    
La prima istituzione rieducativa e assistenziale
Pubblicato il 09-02-2018

Il più grande edificio di Trastevere è l’Ospizio di San Michele. Fu un’iniziativa degli Odescalchi: di Tommaso, un prelato della curia, che nel 1679 fondò l’istituto romano di San Michele; di Benedetto il quale, divenuto papa col nome di Innocenzo XI, nel 1693 fece propria l’opera del congiunto e diede inizio ai lavori. Fu voluta per dare ospitalità e lavoro a quei ragazzi malcapitati che senza tetto, né ricovero, né arte per occupazione crescevano in mezzo alla strada a mille sconce ribalderie.

Ai fanciulli si aggiunse nel 1708 l’ospizio dei vecchi, nel 1735 quello delle ragazze traviate (in realtà un riformatorio), nel 1790-94 il ricovero per nubili povere, o zitelle. L’ospizio di San Michele cercò di razionalizzare l’assistenza pubblica e di concentrare in un solo luogo tutte le iniziative di carità.

    
Cristina di Svezia
Pubblicato il 02-02-2018

Per quanto brutta, mascolina e prepotente, Cristina di Svezia fu per Roma una specie di regalo in quella seconda metà del Seicento: ebbe la capacità di valorizzare e aggregare intorno a sé i fermenti culturali più produttivi della città eterna.

Trasgressiva ed insolente, giocò il ruolo di regina, pur senza trono, fino in fondo, barattando il titolo regale per una religione, quando abbandonò il rigoroso luteranesimo e si convertì al cristianesimo abdicando in favore del cugino. Si guadagnò, così, l’invito a Roma da papa Alessandro VII. Protesse, amò e odiò al tempo stesso uomini e donne, ma soprattutto amò ogni forma d’ingegno umano, dalla scienza all’arte del teatro.

Con l’istituzione dell’Accademia Reale indicò la strada a quei letterati che s’incontravano nel suo palazzo, i quali dopo la sua morte avvertirono l’esigenza di perpetuarne l’opera, fondando l’Accademia dell’Arcadia, che rstò in vita fino al 1925.